Fine vita, il Presidente Zaia si è dato alla biopolitica, ma parla a titolo personale e non credo a nome del Consiglio regionale che presiede

16 febbraio 2026
(Arv) Venezia, 16 febbraio 2026

“Il Presidente Zaia insiste con la biopolitica e sembra far credere di parlare a nome del Consiglio regionale che presiede: invece sta parlando a titolo meramente personale e su questi temi va fatta una riflessione profonda, fondata su precise competenze etiche, filosofiche e giuridiche. Su questi temi delicatissimi non è ammessa approssimazione, né genericità”. Così il consigliere regionale Davide Lovat (Szumski – Resistere Veneto) che spiega: “La biopolitica, tanto per ricordarlo, è l’esercizio del potere nell’ambito dell’ultima frontiera che il sistema capitalista tecnocratico vuole abbattere, instaurando il dominio del capitale finanziario per mezzo dello Stato perfino sui corpi delle persone, regolando per legge e per mezzo della Tecnica cose come la nascita, la riproduzione, la sessualità, e infine la morte. Sostenendo questa deriva mascherata da “lotta per i diritti”, forse Zaia ha frainteso anche le ragioni del liberalismo: la libertà è impedire allo Stato di voler governare il privato dei cittadini, non regolamentare e parametrare anche la sfera più intima. I pensatori liberali classici si rivoltano nella tomba dinanzi a questa prospettiva”.

“Si smetta poi, questo sia detto in generale, di tirare in ballo sempre i cattolici in modo strumentale – prosegue il consigliere – perché, qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l’eutanasia diretta, senza giri di parole, consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, fragili, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile, come lo è il suicidio assistito che consiste addirittura nello spostare l’onere dell’esecuzione in capo alla persona debole. Un vero abominio, una rinuncia ai fondamenti della nostra civiltà basata sui concetti di carità e di persona, se si conosce ancora il significato filosofico di queste parole che connotano l’Occidente rispetto a tutte le altre culture, e lo si farebbe in ossequio al più bieco materialismo nichilista”.

“Piuttosto – puntualizza Lovat – si mettano limiti all’accanimento terapeutico, così si trova l’accordo anche col mondo cattolico, dato che su tale argomento il Catechismo della Chiesa Cattolica è chiarissimo e da tutti facilmente consultabile; e magari si investa seriamente, come egli non ha fatto da Presidente della Giunta regionale del Veneto, nelle cure palliative. L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi, può essere legittima. In tal caso, si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente, ricordando l’articolo 2278 del Catechismo della Chiesa Cattolica”. “Invito pertanto a cambiare obiettivo – conclude Lovat – e a non voler introdurre nell’ordinamento giuridico norme e procedure atte a mettere fine alla vita delle persone, creando la base per derive pericolose già viste in passato e pure in altri contesti attuali, ma si abbia cura di non imporre inutili sofferenze ai malati, evitando accanimenti nella cura e accompagnando con le idonee terapie contro il dolore le persone nel momento che conduce alla morte naturale, destino ineluttabile comune a ogni essere umano e dal quale lo Stato deve venire tenuto fuori in nome della vera e più profonda libertà”.

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