20 Agosto 2026
(Arv) Venezia, 20 Agosto 2026
“La riorganizzazione della medicina territoriale in Veneto rischia di trasformarsi nell’ennesima occasione nella quale, nel tentativo di risolvere un problema, si finisce per crearne uno ancora più grande. Per dirla con un’espressione che appartiene alla nostra terra: “sia pezo el tacon del buso”. Siamo favorevoli a tutto ciò che rafforza la sanità territoriale e porta le cure più vicino al cittadino. Ma proprio per questo dobbiamo porci una domanda molto semplice: siamo sicuri che superare le attuali Medicine di Gruppo e Medicine di Gruppo Integrate per trasferire funzioni e personale dentro le Case della Comunità rappresenti davvero un miglioramento? Il rischio è che dietro la parola “integrazione” si nasconda in realtà un processo di centralizzazione della medicina di prossimità”. Sono le parole del consigliere regionale Riccardo Szumski (Resistere Veneto) che spiega: “Oggi il cittadino conosce il proprio medico, sa dove trovarlo e spesso trova nella medicina di gruppo anche infermieri, personale amministrativo, servizi diagnostici e una continuità organizzativa costruita negli anni. Domani rischiamo di avere un sistema molto più complesso: il medico inserito nell’Aft, una parte della sua attività nelle case della comunità, altri servizi distribuiti sul territorio e un’organizzazione che rischia di allontanare il professionista dal rapporto quotidiano con il paziente. E c’è un altro aspetto che non può essere ignorato: che fine faranno le persone che oggi fanno funzionare le Medicine di Gruppo Integrate? Non stiamo parlando soltanto di medici. Ci sono infermieri, assistenti di studio e personale amministrativo, spesso dipendenti di cooperative, che hanno acquisito negli anni esperienza e professionalità specifiche. Parliamo di centinaia e centinaia di lavoratori a rischio in ogni Provincia. Prima di superare un modello bisogna avere già pronto quello nuovo e, soprattutto, bisogna sapere che fine faranno le persone che oggi garantiscono quei servizi”.
“Il problema – prosegue il consigliere – è ancora più evidente se consideriamo la situazione della medicina generale. Il Veneto non ha un surplus di medici di famiglia. Al contrario, abbiamo una carenza strutturale, pensionamenti e territori nei quali trovare un medico è già difficile. In questo contesto la priorità dovrebbe essere aumentare la presenza dei medici sul territorio, non moltiplicare gli obblighi organizzativi e spostare il loro tempo dal rapporto con i propri assistiti verso nuove strutture, nuove organizzazioni e nuovi turni. C’è poi un dato politico che va semplicemente registrato, senza esprimere in questa sede alcun giudizio: con questa riorganizzazione della medicina territoriale si apre una fase diversa rispetto alla politica sanitaria regionale sviluppata negli ultimi quindici anni dalla precedente amministrazione. Il passaggio dalle medicine di gruppo alle Aft e alle case della comunità, infatti, non rappresenta soltanto un adeguamento organizzativo, ma segna l’avvio di un diverso modello di organizzazione della sanità territoriale regionale. È un cambiamento di impostazione evidente, che merita di essere conosciuto, discusso e valutato nei suoi effetti concreti sui cittadini, sui medici e sul personale sanitario. Le case della comunità possono essere utili se aggiungono servizi a quelli esistenti. Diventano invece un problema se per costruirle si finisce per smontare ciò che già funziona. La vera sanità di prossimità non è una struttura costruita sulla carta: è il medico che conosce il paziente, l’infermiere che lo segue, la segreteria che lo accompagna, il servizio che riesce a rispondere rapidamente alle sue necessità. Non vorremmo che, inseguendo un nuovo modello organizzativo, si finisse per perdere proprio quella prossimità che si dice di voler rafforzare. Perché, se per fare la casa della comunità smantelliamo la medicina di gruppo, rischiamo davvero che “sia pezo el tacon del buso”: il rattoppo peggiore del buco”.
“Per questo – conclude Szumski – vogliamo sapere con precisione quale sarà il destino delle medicine di gruppo e delle medicine di gruppo integrate, dei medici coinvolti, del personale infermieristico e amministrativo, quali servizi saranno effettivamente garantiti nelle case della comunità e quali risorse saranno necessarie. Prima di cambiare un sistema che oggi rappresenta una delle forme più concrete di presenza sanitaria sul territorio, bisogna avere la certezza che il nuovo modello sia realmente in grado di garantire almeno lo stesso livello di prossimità e di risposta ai cittadini. La sanità di prossimità non si misura dal numero di case della comunità che inauguriamo, ma dalla distanza che un cittadino deve percorrere per trovare una risposta, dalla possibilità di parlare con il proprio medico e dalla capacità del sistema di conoscere e prendersi cura delle persone. Il nuovo modello è ormai in fase di avvio. Proprio per questo è necessario vigilare affinché il cambiamento di rotta non si traduca, paradossalmente, nella perdita di quella medicina di prossimità che si dichiara di voler rafforzare”.


